Mato de Guera

Il problema di curare la pazzia di un uomo diventa quello di curare la pazzia dell’uomo.

Pubblicato il: 15 Gennaio 2015

Il vero eroismo non è mai stato, né allora né oggi, quello che consegna la Vittoria a una delle due parti, ma all’uomo, e basta.

24 gennaio 2015, ore 21
Mato de Guera di Gian Domenico Mazzocato
Il Satiro, Paese TV
Sirmione, Palazzo dei Congressi, ingresso € 5,00

Mato de Guera

Ugo è sempre dentro e fuori dal manicomio, le sue case sono la Piazza e la Cella. Nel 15-18 ha vinto la guerra e ha perso tutto il resto: la famiglia, gli amici, l’onore, i suoi averi e il suo essere. Ormai privo di identità, profugo della vita nell’anno di grazia 1935, in cui si svolge la vicenda, non sopporta la serpeggiante retorica di guerra, la costruzione degli ossari non tanto per seppellire i morti, ma per preparare una nuova guerra. E così impreca, è picchiato, internato, rimesso in strada. E tutto ricomincia. Ma questa volta in manicomio, incontra un dottorino giovane, che lo ascolta. E’ l’esperienza di Ugo, la sua storia della Grande Guerra, esce a flotti, improvvisa e scottante, come lava bollente, ed è fatta di ingiustizie subite, di vite perdute, dell’eroismo vero che fu forse, semplicemente, quello di sopravvivere ad uno dei più grandi cataclismi della storia dell’uomo: dieci milioni di morti. Il dottorino lo incoraggia, lo invita a ricordare, così dice la sua medicina, i ricordi possono curare la pazzia. Ma se sono proprio quelli che hanno fatto impazzire Ugo? Il problema di curare la pazzia di un uomo diventa, senza soluzione di continuità, quello di curare la pazzia dell’uomo. E’ un compito possibile? Forse no. Ma è altrettanto impossibile non provarci.

Compagnia il Satiro, Paese TV

Gigi Mardegan e Roberto Cuppone, attore e capocomico del Satiro Teatro, regista e docente universitario.  si sono incontrati la prima volta nel 2001 per uno spettacolo sulla Grande Guerra, Mato de guera. Era la prima volta che Roberto lavorava con un attore solo; un regista deve sempre guadagnarsi una certa intimità con gli attori, ma quando il rapporto è uno a uno, tutto è più intenso, personale, aumenta la responsabilità e il coinvolgimento anche privato. Quella volta per il regista fu una grande scoperta: del monologo di narrazione, ma anche e soprattutto di un grande attore dialettale e della sua straordinaria potenzialità tragica, che veramente non ave    va mai trovato in nessun altro; finalmente trovava nel teatro dialettale, che fino ad allora aveva già molto frequentato, la completezza, la possibilità di essere teatro e basta, e non un sottogenere. Grazie a Gigi, proprio a lui: un attore che piacerebbe molto ad Artaud. Così, dopo Mato de guèra (2002), vennero Castelfrankenstein (2002), parodia del cosiddetto modello economico Nordest; Sirene (2004), sul bombardamento di Treviso del ’44; Quarantòto (2006), dove torna il mato de guera alla vigilia della prime elezioni repubblicane; Veleno & nuvole. Socrate si difende (2009), dalla nota apologia; La ballata del barcaro (2010), biografia epica dell’ultimo barcaro veneto; e Diese franchi di aqua de spasemo (2011), su un medico condotto nel cuore della campagna fra Treviso e Venezia.

Del mondo raccontato nelle opere di Gigi Mardegan e Roberto Cuppone oggi resta tutto perché il “mondo” delle loro opere è quello di oggi, delle contaminazioni linguistiche, degli ossimori culturali, delle tentazioni di razzismo per paura di perdere qualcosa (o di perdersi); è il problema di sempre, quello di capire che la diversità (etnica, linguistica, tecnologica: non importa) non è un fantasma da esorcizzare, ma una risorsa da ricercare.

 

Nel 2011 il MATO DE GUERA ha rappresentato l’Italia al 1° FESTIVAL INTERNAZIONALE ad ERBIL, in IRAQ  – 15 gli stati rappresentati fra i quali Germania, Francia, Giappone, Grecia, Iran, Egitto, Inghilterra…) raccogliendo uno straordinario successo.

 

 

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